Mi muovo lenta.
Accanto mi sfrecciano i pensieri. Li osservo, ma vedo solo una macchia grigia.
Una tavolozza di colori imbrattata da una caduta.
Non ci sono. Mi ascolto. Mi guardo. Sottile, leggera, trasparente.
Mi costringo ad afferrare parole. Ma la lingua resta ferma. Accenna un movimento, per spazzare in gola l’ansiosa saliva.

Il dolore, continuo e sordo, mi ricorda dove sono. È la mia impronta, il buio necessario che fa pensare all’alba.
Ronzano i pensieri. Girano vorticosamente. Finisco in quella palude di colori caotici, senza identità. E annego. Scopro gli abissi, profondi e calmi, di quella palude. Forse ci sto bene? Forse è qui che sono nata? Forse devo restare?
Un respiro mi tira su. Abbocco all’amo della vita. E torno in superficie, tra pescatori affamati e pesci senza ossigeno.
Quanto resisterò? Diventerò mai come i pescatori, umana e armata di un amo?
Voglio amarmi, come sono. Voglio amare, come posso.
In questo giorno scarabbocchiato da un ricordo, e da parole perfette, non so più chi essere. Se la donna che amo, o l’amante di chi non ho mai amato.
Intanto vivo, nascosta dietro le mie ali.

Foto: Roma, ottobre 2020 (copyright Anna Giuffrida)

12 pensieri su “Caos lento

  1. Situazione psicologica complessa ma la parte fondamentale è l’affermazione di amarsi per quello che si è, sempre e comunque, non smettere mai di desiderare di divenire.

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